Vini e cantine

Il Vino

cannonau

La mitica etichetta del Cannonau di Mamoiada prodotto dalla Cantina Sociale fino ai primi anni ‘70.

Che il vino rosso facesse bene lo si sapeva da tempo, non sapevamo invece che il Cannonau sardo, e precisamente quello proveniente dalle vigne della Barbagia, fosse un potente elisir di lunga vita. A dirlo sono proprio i francesi che hanno pubblicato sulla rivista scientifica Nature i risultati di una ricerca effettuata dall’Istituto William Harvey di Londra.

Tale ricerca ha stabilito che il Cannonau sardo, possiede una quantità di polifenoli, sostanze ad alto contenuto antiossidante, fondamentali per la lotta contro il colesterolo e l’arteriosclerosi, tra le 5 e le 10 volte superiore ai corrispettivi vini australiani, sudafricani e americani. Solo in una regione della Francia (Gers), si è riscontrata la stessa concentrazione nel vino di pigmenti e tannini e la corrispondente longevità dei suoi abitanti. Il metodo di produzione e di coltivazione, ma sopratutto la qualità dell’uvaggio, sono gli ingredienti del segreto di tali benefici.
Non ci resta che considerare il nostro Cannonau come un altro prodotto per cui andare assolutamente fieri.
 

Piccola storia e curiosità

La vite è presente in Sardegna da tempi immemorabili. Da poco hanno scoperto (a Sa Osa, in provincia di Oristano) vinaccioli di 3200 anni, li ha presentati alla stampa un ricercatore di Agris Sardegna, Gianni Lovicu. Altri preziosi reperti trovati in stratificazioni di interni e di cortili di alcuni complessi nuragici. Emerge la vera storia enologica dell’isola, inedita e affascinante: la Sardegna ha sempre prodotto e bevuto vino in maniera ininterrotta. La conferma arriva anche dall’archeologia per voce dell’archeologo Franco Campus, dicendo che le vigne in Sardegna ci sono sempre state e si ha la certezza che a Cartagine bevessero vino sardo dall’800 a.C. e non viceversa e che lo si esportasse in tutto il Mediterraneo. E’ stata ritrovata una nave affondata al largo di Malta che conteneva anfore piene di vino sardo. Vi è dunque la certezza della spontaneità della vitis vinifera. Abbiamo in Sardegna una moltitudine di vini autoctoni, quindi un’alta biodiversità.  I Fenici si insediarono soprattutto nelle zone costiere del cagliaritano, del Sulcis e del Sinis e sfruttarono questa risorsa per il commercio nel bacino mediterraneo, come i Greci, arrivati successivamente (siamo nel VII secolo a.C.) Seguirono i Cartaginesi danneggiando inizialmente molti vigneti per proteggere i vini della madre patria, ma col passare del tempo e con la crescita delle esigenze incentivarono di nuovo la coltivazione e in colonie come Karalis, Tharros, Cornus, Nora e Olbia la vite diventò la coltura dominante. Abbiamo importanti reperti risalenti al periodo punico: anfore vinarie scoperte nelle necropoli del Cagliaritano e notizie secondo le quali Amilcare si sarebbe stabilito qui per coltivare personalmente la vite (Amilcare era figlio di Annibale, nemico acerrimo dei Romani).

Per quel che riguarda i Romani, sappiamo che apprezzavano molto il vino sardo e che ogni dimora rispettabile era provvista di celle vinarie; è di questo periodo, più precisamente di quello romano-imperiale, un reperto tra i più rari e preziosi: un tastevin da sommelier (classificato tale dall’archeologo Sauges ed esposto nel Museo Civico Archeologico di Nuoro), rinvenuto nel complesso nuragico di Orroli. Anche Strabone esalta l’isola per il suolo e per i vini, soprattutto quelli bianchi e si fa risalire a questo periodo la denominazione della Vernaccia, dal nome Vernacola che veniva attribuito ai vitigni del posto. A questo buon vino il governo preferì la coltivazione del grano,  tanto che la Sardegna diventò  “il granaio di Roma”.

vigna

Una vigna nel territorio di Mamoiada

Dal  periodo delle invasioni barbariche a quello dell’alto medioevo la coltura della vite subì un tracollo, pur tenendo conto dei tentativi di protezione ed incentivazione da parte dei Bizantini (che ci portarono la malvasia) e degli ordini monacensi che la coltivavano in piccole aree.
Ed è finalmente nel periodo dei giudicati che la coltura (e cultura) della vite trova la vera espansione e diventa oggetto di una grande opera di valorizzazione. Infatti nella “Carta de Logu” (raccolta di leggi che avevano come scopo il rinnovo dell’amministrazione in Sardegna) del 1392 vi è scritto:
…”Chiunque possieda terre incolte deve essere obbligato da un funzionario regio della contrada a impiantarvi o farvi impiantare una vigna entro un anno, altrimenti venda la terra o la dia a chi può coltivarla”….
I Genovesi ed i Toscani svilupparono su queste basi importanti rapporti commerciali con l’Isola e la arricchirono di nuovi vitigni così come gli Spagnoli successivamente, anche se questi ultimi arrivarono come conquistatori e si dedicarono più alla distruzione che alla valorizzazione. E’ di questo periodo, e più precisamente del 1596, il trattato di Andrea Bracci, De Naturali vinorum Historia, che definisce il vino sardo di qualità e l’isola “Sardinia, insula vini”, non solo per la posizione ideale, al centro del mediterraneo, ma anche per il clima e la tipologia del suolo…. Sfortunatamente “i sardi non fanno grande uso di vino, in quanto il loro gusto è poco educato e bevono soprattutto acqua, per questo motivo non desta meraviglia che non piantino vigne e non abbiano coltivazioni di viti, eccettuate le viti arboree dalle quali spremono abitualmente un vino rustico”.
Se dovessimo trovare un sinonimo che sintetizzasse questa prima parte del passato del vino e del suo successo, ci verrebbe in mente un’altalena: momenti alti e bassi che si sono avvicendati, durante i quali la nostra bella isola si è adeguata alla storia, alle tradizioni, alle culture ed ai voleri dei popoli che l’hanno abitata, distrutta o valorizzata. Chiuderemo questo primo periodo con la dominazione piemontese durante la quale ci fu un rifiorire della vite, interrotto, questa volta con effetti tragici, con l’invasione della filossera. Siamo alla fine del 1800: la Sardegna vantava un’estensione di 80.000 ettari di vigneti eccellenti, distrutti completamente a causa della malattia.
 
vendemmia

Dopo aver vendemmiato grande pranzo nella campagna di Loddasi (foto anni ’30)

 

Il Cannonau di Mamoiada

Il Cannonau è dunque un vitigno autoctono, dall’uva ad acino medio-piccolo di colore molto scuro, tendente al nero. Di questa speciale uva si trova il corrispettivo anche in Spagna, conosciuta con il nome di Garnacha. A Mamoiada è diffusa maggiormente la coltura ad alberello molto basso, periodicamente sottoposto a potature che ne riducono l’estensione e, di conseguenza, la produzione vinicola e la differenza dagli altri Cannonau DOC e proprio quello della provenienza esclusiva delle uve da vitigni locali. Viene prodotto dalla maggior parte delle famiglie del paese ma sono poche le cantine “artigiane” che lo esportano in bottiglia, giovani realtà nell’ambito delle produzioni vitivinicole sarde che si stanno creando spazio a colpi di qualità. Il vino di Mamoiada riceve ogni anno sempre maggiori attenzioni e premi per la sua alta qualità, sia quello prodotto dalle cantine più grandi e conosciute che quello dei piccoli viticoltori.
I rossi sono vini corposi e profumati ottenuti solo da questo vitigno che in questo paese sono particolari, diversi dagli altri, vuoi per il tipo di terra, il clima, i lieviti autoctoni. E’ questa una zona vocata e benedetta.
Comune ai due maggiori produttori mamoiadini è il Cannonau denominato “Mamuthone” che ha conseguito importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali e che prende chiaramente il nome dalla tradizionale maschera, caratteristica e simbolo di questo paese. Vino di colore intenso, rosso rubino tendente al viola scuro, di sapore secco con un retro gusto appena amarognolo. Si abbina ottimamente con formaggi secchi, carni rosse e si sposa eccellentemente con arrosti di carni bianche e rosse, formaggi ovini e stagionali. La sua gradazione è tra i 13-15°, va degustato in capienti calici ad una temperatura di 16-18° C e va aperto almeno un’ora prima di servire o decantato per far sì che si ossigeni.
Oltre alle cantine conosciute e rinomate una miriade di piccoli viticoltori, anche se non imbottigliano ed etichettano, producono eccezionali vini sfusi, c’è chi li vende e chi li consuma cordialmente solo con gli amici e gli ospiti forestieri.

Clicca qui per l’etimologia dei vitigni, degli ampelonimi sardi – (cliccare poi su “Linguistica sarda, quindi su flora sarda).

Le cantine


Cantina Sedilesu


Cantina Puggioni

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