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MAMOIADA |
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| Copricapo | sa berritta, di panno nero, lunga circa 60-70 cm, distesa o piegata sul capo, comune ed uguale in quasi tutta l’Isola. |
| Camicia | sa hammisa di tela bianca, collo a sa piza (alla coreana) con ricami detti su pranu e su dominu e chiusa con bottoni d’oro. Maniche molto ampie e polsini con lo stesso ricamo. |
| Corpetto | su curittu, di panno rosso, girocollo e a doppio petto, chiude davanti ad un lato con un gancio ed ha le maniche aperte dai polsini alle ascelle. |
| Giacca | sas peddes, di pelli di agnello nere per i bambini specialmente, quello dei grandi spesso anche con pelli di pecora a pelo corto, anch’esse nere; all’occorrenza anche il modello interamente in stoffa. |
| Gonnellino | sos carzones de goresi, in orbace nero con bordo di velluto nero plissettato in vita e chiuso con un robusto gancio, chiamato in gergo ispacca troddiu. |
| Cinta | su hintorju, un grosso cinturone di pelle lavorata. |
| Calzoni | sos carzones biancos, larghi pantaloni bianchi di tela grossa detti anticamente carzones de ispiha (specie di spigato), arricciati in vita e chiusi con bottoni, arrivano a metà gamba coprendo l’orlo delle ghette. |
| Ghette | sas carzas, di orbace nero con bordo di velluto nero e senza aperture. |
| Accessori | piccoli bottoni d’oro per chiudere l’ampia camicia. |
La versione da “vedovo” prevede che anche il corpetto sia
rigorosamente nero. Il costume maschile d’inverno veniva
completato da su sahu nigheddu, un mantello o cappotto
nero di orbace con cappuccio (gappotto ‘e goresi).
![]() G. Mercuriu in una foto-cartolina anni ’60 |
![]() foto fine ’50 primi ’60 Ziu Antoni Nieddu che portava quotidianamente il costume |
Particolarmente interessante sia quello “ricco”, usato dalle donne nobili e chiamato “de dama” che quello del ceto medio detto “de vassalla”, infine vi è quello da vedova.
| Costume di "dama" | |
| Copricapo | su muncadore, anticamente un ampissimo fazzoletto quadrato, con stampa floreale all’angolo posteriore, sostituito più tardi da quello di tibet marrone o seta bianca (ordinario o da sposa), ricamato o dipinto ma di dimensioni notevolmente più piccole. Si dispone a triangolo e si fermava elegantemente tra il mento e una guancia dopo aver incorniciato bene il viso; la sistemazione è detta affronchilonzu. Prima di questo ornamentale fazzoletto, a contatto diretto con i capelli vi era una delicata piccola cuffietta detta su camusu. |
| Camicia | sa hammisa, di tela fine, bianca, con le maniche molto ampie, ricamata al collo e ai polsini (sas pulanìas) tagliati ampi a trapezio e arricchiti con su dominu e su pranu; rifinita sul davanti da sa piza (striscia di pizzo che chiude la camicia sul davanti essendo quest’ultima priva di bottoni; sotto la camicia è indossata sa pettina, una leggerissima e raffinata “camiciola” bianca ricamata al collo. |
| Reggiseno | s’imbustu, molto più rustico e semplice rispetto agli odierni. |
| Busto | su cosso, di raso o seta, irrigidito da un’imbottitura di stoffa trapuntata è sistemato quasi a guisa di reggiseno, termina con due punte sul davanti. |
| Corpetto | detto su zippone, di panno marrone orlato da una passamaneria colorata stampata o dipinta, aperto davanti, assomiglia al bolero, la corta giacchetta maschile caratteristica del costume popolare spagnolo. |
| Gonna | sa vardetta, sempre di panno marrone, con ampia balza detta su vrunimentu, di seta o raso stampato o impreziosita da ricami e pitture; plissettata ai fianchi e sulla parte posteriore, mentre davanti è liscia e con due piccole fessure laterali (sas massulas). |
| Sottogonna | su suttanu, in tela chiara, indossato sotto sa vardetta, aveva anche la funzione di proteggere la pelle dalle irritazioni causate dalla ruvida gonna in orbace. |
| Grembiule | sa hinta, di seta o raso bianco o color crema (ordinaria o da sposa), ricamato, dipinto o stampato e normalmente riprende il motivo de su vrunimentu. |
| Accessori | s’oro, gioielli artigianali vari di squisita fattura: bottoni d’oro per chiudere la camicia (piccoli per le ragazze, più grossi per le maritate), collana, spilla (sa huzza,), e spesso un gioiello dalla forma un po’ strana chiamato isprugadentes (stuzzicadenti). |
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| Il costume di dama | |||
| Costume di "vassalla" | |
| Copricapo | su mucadore, uguale alla precedente e anche qui, molto più frequentemente a contatto diretto con i capelli vi era la piccola cuffietta detta su camusu. |
| Camicia | sa hammisa, senza sas pulanías, ma un ricamo fine e prezioso al collo e ai polsi e rifinita da sa piza, anche qui è indossata sa pettina, maniche molto ampie a sbuffo in modo tale da fuoriuscire vistosamente dal corpetto rosso. |
| Reggiseno | s’imbustu, come il precedente. |
| Busto | su cosso, di seta o raso colorato nelle due punte anteriori di panno rosso. |
| Corpetto | per questo costume si chiama su curittu, di panno rosso, consta di tre parti unite tra loro da un nastro colorato e intrecciato che termina con una coccarda; anch’esso molto aperto davanti. |
| Gonna | sa vardetta, sempre di orbace (goresi) rosso granato, successivamente ritinteggiato di marron scuro, con balza alta (su vrunimentu) di seta o raso stampati o pitturati. |
| Sottogonna | su suttanu, in tela chiara, come il precedente. |
| Grembiule | sa hinta, come il precedente. |
| Accessori | s’oro, i gioielli come il precedente, in questa versione si differenziava per la quantità e per la preziosità della lavorazione. |
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| Costumi di vassalla | ||
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| vassalla | Costume di vedova | Costume di dama e maschile |
Anticamente il fazzoletto (muncadore) era molto più ampio di come lo si usa oggi e si portava molto di più anche un altro tipo di copricapo: una elegante striscia di tela o seta chiara, molto ampia, che copriva testa e collo chiamato sa tivazzola (sa benda) come ben evidenziano le foto e le antiche immagini. Dalle prime decadi dello scorso secolo ad oggi si notano alcune differenze nella rifinitura del curittu femminile e nel grembiule (hinta), mentre il costume maschile ha subito una variazione solo nella lunghezza de sos carzones biancos.

Donne di Mamoiada in costume (foto prima decade '900 e anni '20-30)
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| “Pranzo a Mamoiada ” 1907, Madrid collezione privata un grande quadro ad olio del pittore spagnolo Antonio Ortiz Echaugue che soggiornò a Mamoiada e Atzara. | Antica stampa dell’800 con i costumi di Mamoiada. |
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| Costume maschile di Mamoiada e Orgosolo in una foto cartolina datata 1914 | Uomini con la bellissima berritta che purtroppo è stata inspiegabilmente bandita dal costume di tanti paesi. |
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| Cartolina anni '60 | Due Bambini col nostro costume offrono i dolci tipici al Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma. |
Donne in costume alla 300ª sagra di S. Efisio -Cagliari-
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| Foto d'epoca | Gli ultimi uomini in costume ritratti a S. Giuseppe (primi '60) |
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Tale teoria sarebbe confermata non solo dall’uso delle launeddas (il più antico strumento musicale sardo attualmente non presente a Mamoiada) per accompagnare le danze, ma anche dal loro legame col fuoco: ancora oggi, infatti, alla vigilia di alcune feste paesane si preparano i fuochi, intorno ai quali si danza. Inoltre la figura fondamentale eseguita dai ballerini è il cerchio in cui tutte le coppie si tengono per mano (“a manu tenta”), e dal punto di vista ritmico e melodico vi è uno stretto legame tra chi esegue la musica e chi la balla, cosa che confermerebbe l’importanza dell’unione comunitaria durante i momenti più significativi di aggregazione sociale. Pare scontato che in origine l’accompagnamento per il ballo sia stato il canto, cioè il cosiddetto canto "a tenore”.
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Caratteristiche generali dei balli di Mamoiada Il ballo sardo richiede una “specializzazione tecnica” di suonatori e ballerini. A Mamoiada durante il ballo tutti i danzatori (balladores) si tengono per mano, con le braccia raccolte sui propri fianchi, e procedono formando un grande cerchio che gira in senso orario. Tradizione vuole che qualsiasi uomo voglia far parte del ballo deve chiedere il “permesso” per l’ingresso alla sinistra del ballerino, mai alla sua destra se vi è una donna. Il movimento di base è un assecondamento ritmico simile ad un sussulto cui partecipa soprattutto il tronco, sul quale si innestano i vari passi, ognuno dei quali corrisponde in modo stretto al ritmo musicale, e che devono essere compiuti con compostezza: la parte superiore del corpo deve essere mantenuta rigida ma come se fosse pervasa da un tremito, mentre la mobilità è affidata esclusivamente agli arti inferiori. |
![]() 1977 |
Il ritmo della maggior parte dei balli sardi tradizionali si suddividono in due principali gruppi e Mamoiada non fa eccezione: danze mono-strutturate e danze bi-strutturate, differenziate grosso modo dall’uso di due ritmi differenti (seriu e alligru, serio e vivace). I balli di Mamoiada sono principalmente due: “Su Passu”, più precisamente “Passu Torrau” caratterizzato dal movimento lento e armonioso e “Su Sartiu”, un movimento più allegro. Infine vi è Su Dillu, un ballo molto più vivace.
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Su passu torrau Questo ballo (comune in Sardegna) è originario proprio del paese di Mamoiada, infatti in alcune vecchie incisioni (dei mitici suonatori Mario e Francesco Bande, padre e figlio) il titolo è “Sa Mamoiadina”. I ballerini lo eseguono a piccoli passi senza sollevare le gambe da terra, sfiorando il suolo con le scarpe, disposti sempre a formare un cerchio (tundu = tondo). |
![]() Mamoiada anni ’50 - ballo in piazza |
A discrezione delle persone che spesso coordinano e “guidano”
il ballo, possono danzare singole coppie all’interno del
cerchio che si è formato (a su ballu vohau) e, a
turno con l’alternarsi fra uomo e donna, si danno il cambio
con chi è rimasto all’esterno. Non rara, altri tempi, la
doppia o tripla fila di ballerini in cerchio (ballos
a tre piza, a tre strati) dovuto alla massiccia presenza
di persone partecipanti sia in locali chiusi o all’aperto
in piazza.
Il ballo è caratterizzato da due movimenti fondamentali:
uno serioso, calmo; l’altro prevede “s’intrada” (“entrata”
verso l’interno del cerchio), cioè dei piccoli passi in
avanti subito seguiti dal “ritorno” sui passi precedenti
(torrau = ritornato); prima dei passi indietro, tutta
la schiera di ballerini esegue due brevi flessioni generali
sulle ginocchia (quasi degli inchini). L’avviso per questa
piccola coreografia viene dato discretamente e senza movimenti
plateali, cioè con una pressione alla mano già stretta del
compagno/a, una invisibile “comunicazione” che ogni ballerino
passa velocemente all’altro. Su passu torrau viene
ballato in piazza o al chiuso in occasione di feste paesane,
coinvolge persone di ogni età e ceto sociale. Si tratta
di un ballo semplice, perciò facilmente eseguibile da tutti,
accompagnato anticamente solo dalla voce singola e dal canto
a tenore, ora sopratutto dall’organetto diatonico, dalla
fisarmonica e dall’armonica a bocca.
(Su
Passu
Torrau -
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Ballo in piazza (carnevale anni '80)
Su sartiu
Alla lettera significa “il saltare” ed è un ballo gioioso,
caratterizzato da un passo più ritmato ed allegro, con delle
puntate in avanti senza necessariamente rompere la rotondità
del ballo formatasi con gli altri ballerini. Le coppie all’interno
del “cerchio” hanno più libertà di movimento e possono eseguire
autonomamente escursioni coreografiche differenti e vistose.
Si balla praticamente in qualsiasi festa, sagra o manifestazione
al pari di su passu torrau e come movimenti coreografici
principali ha gli stessi de su passu. Sia su passu
torrau che su sarthiu hanno una piccola variante
da utilizzare quando ancora non si è formato il cerchio:
chi “tira” il ballo, cioè chi sta in testa al ballo e trascina
man mano tutti sino a chiudere il cerchio dei ballerini,
rallenta il movimento eseguendo su ballu prantau,
praticamente “inchioda” il ballo, cioè esegue i movimenti
del ballo con il corpo senza spostare i piedi per dar tempo
alle altre persone di colmare il vuoto lasciato dai ballerini
chiamati al centro del cerchio riprendendo la compostezza
e l’armonia dell’insieme. Nessuno vieta anche alle coppie
che si trovano all’interno del cerchio di eseguire a loro
piacere questa tecnica.
(Su
Sartiu -
clicca qui)
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Su dillu Secondo gli esperti sarebbe un ballo originario del Goceano composto da un solo movimento, ma a lungo andare faticoso, che consiste in due saltelli sul piede destro e due sul piede sinistro. Di derivazione profana (come tutti gli altri), pare venisse anticamente eseguito come forma di scongiuro per le vittime della puntura dell’argia, un ragno velenoso, per allontanare il pericolo della morte. |
![]() Mamoiada anni ’50 - ballo in piazza |
Tale ipotesi sarebbe suffragata non solo dal fatto che da esso deriva un ballo specifico chiamato su ballu ‘e s’arza (il ballo dell’argia), eseguito a passo di “dillu”, ma anche dal nome stesso del ballo. La parola dillu sarebbe, infatti, una contrazione di “dilliriu” che significa delirio; inoltre le parole che accompagnano spesso la danza “dilliri, dilliri, dilliriana”, richiamano per assonanza la stessa parola “dillirium”. Un’altra ipotesi invece fa risalire il nome del ballo da “dillisu” (beffa, scherno) e sostiene che nei tempi antichi il ballo venisse eseguito dopo una razzia di bestiame (“bardana”) come festeggiamento per essere riusciti a beffare i proprietari della mandria. In tempi più moderni veniva richiesto ed eseguito quando il clima era molto rigido, per scaldare l’organismo, trattandosi di un movimento a piccoli ma frequentissimi salterelli che a lungo andare affatica i ballerini.
foto: R. Ballore, A. Sedda, S. Deidda, Pablo Volta - collaborazione F. Corda -
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